Segnalazioni domenicali 0013

Novembre 22, 2009 Alex Lascia un commento

Punk rock philosophy

Novembre 21, 2009 Alex Lascia un commento

(dopo aver ascoltato tutto, ricordatevi che il punk è the great rock ‘n’ roll swindle)

(e comunque, Henry Rollins è un idolo a tutti gli effetti)

Quanto devo essere morale?

Novembre 20, 2009 Alex 5 commenti

Leggendo un post di Dominic Wilkinson su Practical Ethics, mi è venuto in mente che da tanto tempo (da sempre, in pratica) ci chiediamo «Perché dovrei essere morale?», ma potremmo anche chiederci «Quanto dovrei essere morale?». La prima domanda è quella dell’egoista radicale. Un egoista radicale non ha motivi morali per essere morale. Questo punto è fondamentale per me, non si può convincere chi non ha sentimenti morali a comportarsi bene cercando di commuoverlo o facendo appello a caratteristiche che sono già morali, come l’imparzialità, la giustizia e così via. Ci va un metodo diverso, che secondo me è quello contrattualista fondato sulle preferenze individuali. Il post di Wilkinson parte dalla constatazione, d’altronde, che nemmeno gli eticisti sono più morali degli altri filosofi (vero, ci sono dati che evidenziano come i filosofi siano più morali degli economisti, ma tra i filosofi, all’interno della grande famiglia, non è detto che chi si occupa di questioni morali sia poi più “buono” di chi non lo fa), quindi forse il genere umano non è così buono come si dipinge. Non solo, almeno.

Ma quello davvero interessante è la seconda domanda: una volta che siamo morali, quanto dovremmo esserlo? Alcuni eticisti sono effettivamente molto morali: Toby Ord, Peter Singer, Thomas Pogge, citati da Wilkinson, hanno deciso di dare una porzione del loro stipendio alle associazioni che si distinguono nell’aiuto “a chi sta peggio di noi”. Questa porzione è il 10%, che si staglia come un Everest sulla percentuale che annualmente i paesi ricchi impiegano a questo scopo (lo 0,4% mettendo insieme donazioni individuali e statali). E qui sorge la domanda: perché il 10%? Perché non tutto quello che avanza tolte le spese (e tra le spese, non ci deve essere una villa a Malibu, ma una stamberga nei boschi)? Il problema della supererogazione ha afflitto fin dall’inizio le teorie consequenzialiste, che vengono per questo motivo accusate di incoerenza: un vero utilitarista, un Peter Singer, dovrebbe donare anche le vesti che indossa, se vive in un posto dove non morirebbe di freddo. E forse anche se vivesse a Buffalo o in Canada, perché la “felicità” di uno non può essere comparata a quella di molti. Un vero consequenzialista deve essere pronto a sacrificarsi. O almeno è quello che dicono i critici.

Ora, però, toglietevi dalla testa l’idea di un infervorato che aspira alla santità (che sia Francesco d’Assisi o Siddharta Gautama) e vuole eliminare la sofferenza nel mondo (il Buddha storico ha trovato una via migliore di quella di san Francesco, a mio parere, ma alla fine entrambi abbandonano il mondo). Un ultramorale come l’utilitarista non è stupido, e appunto fa quel che può: l’impegno richiesto è tutto qui. E non è nemmeno necessario essere ultramorali: c’è un sito che vi consiglio di seguire, Kiva.org, che basandosi sul concetto del microcredito collega migliaia di “finanziatori” in tutto il mondo per fornire prestiti (a tasso zero!) a imprenditori del cosiddetto Terzo Mondo. Accedere a questo network costa molto meno del 10% del vostro stipendio, sono sufficienti 25$ americani, il prestito base, che al cambio di oggi non sono nemmeno 17 euro. Scegliete un imprenditore che vi ispira fiducia e gli prestate i verdoni, poi pian piano (non tutti assieme, ma a rate) ve li restituisce, e voi potete reimpiegarli prestandoli a qualcun altro o ritirarli dal vostro PayPal (che in questa operazione non applica tassi). La percentuale di quanti restituiscono il microcredito è altissima, circa il 98%, quindi i rischi di “buttare via” i soldi sono limitati (ci sono, ma insomma fatevi due conti costi-benefici). Il punto è che il successo enorme di Kiva arriva nonostante il tasso di interesse sul prestito sia appunto zero. Non vi viene restituito niente più di quanto avete prestato. Certo al debitore un interesse viene applicato, ma questo interesse viene utilizzato per pagare le agenzie locali di microcredito (dipendenti, locali, burocrazia), e senza queste non ci sarebbe modo in quei luoghi e per quelle persone di accedere a un credito per iniziare un’attività. Il mio “primo debitore” ha già restituito tutto, era un ragazzo 23enne guatemalteca che aveva bisogno di comprare le attrezzature per un’attività nel ramo tessile. (Poi c’è un maestro di scuola in Tanzania, un ristoratore peruviano, e poi si vedrà, tanto si usano sempre gli stessi soldi, non è necessario aggiungere).

(Non è beneficenza, quindi si può dire. Non si regalano i soldi, si prestano, così anche voi biechi liberisti anarcocapitalisti potete farlo, non fosse per il tasso zero)

Vita nella matrice

Novembre 17, 2009 Alex 29 commenti

©Cavin su Flickr

Un giorno scrivi un’email a un’amica e le dici «attaccatemi alla matrice», il giorno dopo cambi idea: è una prova che sei staccato? O che sei attaccato e the matrix ti passa sensazioni contrastanti per non farti annoiare?

La macchina delle esperienze di Nozick passa sensazioni piacevoli. Quindi forse se cambi idea vuol dire che sei staccato.

Tra l’altro, ci avete fatto caso che sia per uscire dal sogno sia per rimanerci bisogna impasticcarsi? La droga è la soluzione a tutto?

Sono tutti pecoroni

Novembre 14, 2009 Alex 7 commenti

Guardali, tutti. Automi con lo sguardo vitreo che attraversano la loro vita quotidiana, senza fermarsi per guardarsi attorno e pensare! Io sono l’unico umano consapevole in un mondo di pecoroni.

Che fine ha fatto Abraham Olano?

Novembre 13, 2009 Alex 2 commenti

Da qualche giorno sono assente. Qualcuno si sarà chiesto dove sono finito. Spero. E voglio rassicurare quei qualcuni, anch’io mi sono chiesto dove finiscano personaggi di un certo calibro quando sembrano sparire di colpo. Abraham Olano si è ritirato dal ciclismo corso, e ora disegna il tragitto della Vuelta a España.

Segnalazioni domenicali 0012

Novembre 8, 2009 Alex 2 commenti

La parte del filosofo

Novembre 7, 2009 Alex 3 commenti
“]Platone e l'Accademia (Carl Johan Wahlbom) [fonte: Wikipedia.it - Platone]

clicca per ingrandire

(Riporto direttamente la traduzione mia, parlano Socrate e Callicle)

S – Non è vero, Callicle, che il tutto è più grande della parte?

C – Senza dubbio.

S – E che la parte è più piccola del tutto?

C – Sicuramente.

S – Ma se la parte è più piccola del tutto, allora il tutto è più largo della parte?

C – Credo di sì.

S – E se il tutto è più grande della parte, allora la parte è più piccola del tutto?

C – Certamente.

S – Davvero è così certo? Riesci a concepire una parte che può contenere il tutto?

C – Proprio no.

S – Ma riesci a concepire un tutto che contiene una parte?

C – Sicuramente.

S – E il tutto, che costituisce la parte, è più grande di quella?

C – Si.

S – Ne segue che i filosofi dovrebbero guidare lo Stato.

C – E come fa a seguire questo?

S – Non ci può essere dubbio. Ricominciamo. Il tutto è più grande della parte…

Sportivi e filosofi

Novembre 6, 2009 Alex 5 commenti

Joe Posnanski, commentatore sportivo piuttosto noto negli States, parla dell’ultimo libro di Michael Sandel, filosofo politico piuttosto noto negli States (il quale, peraltro, si è occupato anche di sport)(è la reciprocità, bellezza!).

Posnanski prende spunto dalla distinzione tra mentire e dire una verità depistante, che Sandel discute facendo riferimento a Kant e al suo esempio dell’assassino che bussa alla tua porta cercando un tuo amico che si nasconde a casa tua, che lui vuole uccidere. Ti chiede se l’hai visto, e cosa gli rispondi?

Posnanski afferma che sia per Kant che per Sandel è immorale dire, persino all’assassino che vuole ucciderlo, «il mio amico non è qui». Il parallelo proposto dal commentatore sportivo è con un allenatore di una squadra di football, che ha un giocatore infortunato che non giocherà la prossima partita, ma non vuole farlo sapere agli avversari. In questa situazione, se un giornalista gli chiedesse informazioni a riguardo, cosa dovrebbe rispondere l’allenatore? «Ancora non so se giocherà» (mentire) o «Decideremo domenica mattina» (depistare)?

L’acuta analisi di Posnanski è che c’è una differenza, al contrario di quanto lui crede che credano Kant e Sandel: il depistaggio non è menzogna, non è un male morale e non è contraddittorio. Posnanski non lo sa, ma ripercorre da “uomo del bar” la distinzione tra strategic deception (non immorale, anzi segno di piena conoscenza delle regole del gioco) e cheating. E questo corrobora la mia idea: lo sport è davvero una delle vie d’accesso alla filosofia più facili e a portata di mano.

Il minimo comun denominatore

Novembre 5, 2009 Alex 25 commenti

Abbozzo:

1. relativismo descrittivo: è innegabile che in aree e tempi diversi siano emerse culture diverse
1.1 ogni sistema culturale risponde alle esigenze ambientali. Un sistema morale è una strategia risolutiva di problemi locali, anche se ha aspirazioni universali (es. tabù sessuali o sul cibo)
1.2 non vuol dire che non possiamo giudicare i comportamenti di individui di altre culture: vuol solo dire che per farlo dobbiamo risolvere in modo migliore i problemi che quelle culture risolvono con le stesse condizioni ambientali (una cultura A che risolve gli stessi problemi con le stesse condizioni ambientali di una cultura B in modo migliore, vale a dire almeno imponendo costi [non necessariamente si parla di denaro] minori ai membri del gruppo, è definibile come superiore alla cultura B)
1.3 si fa suggerendo strategie più razionali

2. razionalità pratica
2.1 la convivenza, che fa emergere la necessità di una morale, di una linea di comportamento coerente e identificabile (devo sapere con chi collaboro e devo poter fare previsioni sul comportamento del mio collaboratore), può essere regolamentata o dall’alto o dal basso
2.1.1 dall’alto: finché il gruppo è piccolo, pare possibile imporre una linea con la forza, scelta dal leader e rispettata dai seguaci (che in quella linea si riconoscono, magari anche per non disgregare il gruppo e quindi per avere maggiori possibilità di sopravvivenza in situazioni difficili)
2.1.2 dal basso: quando molti individui di diversa origine socio-culturale si uniscono in un nuovo gruppo, è necessario rivedere le regole
2.2 la regolamentazione dal basso è un contratto
2.2.1 un contratto è un “finzione”, una descrizione di una scelta razionale. Quando dico contratto dico «partecipazione a un gruppo sulla base di una scelta razionale individuale»
2.2.1.1 si può aderire anche in un secondo tempo, basta conoscere i termini, i diritti e i doveri che vengono stabiliti dal contratto, e se li si reputa soddisfacenti dare l’assenso
2.2.2 in un contratto si cerca un minimo comun denominatore (mcd), qualcosa che vada bene a tutti, a cui tutti tengano
2.2.2.1 è necessario che tutti i partecipanti desiderino – o almeno preferiscano – quel mcd; in caso contrario, chi non lo desidera – o almeno preferisce – non ha motivo di aderire al patto
2.2.3 per ottenere il mcd, i contraenti devono essere disposti a pagare un prezzo, che ritengono inferiore al valore per loro del valore del mcd stesso
2.2.3.1 il prezzo deve essere (più o meno) lo stesso per tutti i contraenti, altrimenti chi viene messo nella condizione di dover pagare di più per avere gli stessi vantaggi non avrà motivi per partecipare
2.2.3.2 ogni contraente valuta non solo quanto costa a lei la partecipazione, ma anche quanto costa agli altri, e in questo modo si forma un’idea di equità o iniquità del prezzo della partecipazione. Il “valore per me” è un calcolo che comprende anche il “valore di quanto spendo io rispetto a quanto spendono gli altri”
2.2.3.2.1 in situazioni in cui i contraenti hanno risorse simili, il calcolo del prezzo è più facile: ognuno accetterà un costo x a patto che anche gli altri accettino lo stesso costo x (più o meno, piccole variazioni)
2.2.3.2.2 in situazioni in cui i contraenti hanno risorse diverse potrebbe funzionare così: non è x per tutti, ma diciamo y, una proporzione rispetto alle risorse disponibili, il valore che diventa accettabile spendere per la partecipazione
2.2.3.2.3 se i contraenti non arrivano a un accordo sul costo, non arrivano (ovviamente) nemmeno all’accordo su tutti gli altri punti del patto; è un continuo baratto, ma non è necessario che si arrivi all’accordo. In questo caso, la situazione rimane potenzialmente conflittuale
2.4 un contratto non impone se non ciò che è stato scelto dai contraenti
2.4.1 se i contraenti sono minimamente razionali, cercheranno di sviluppare un contratto che lasci ampi spazi di libertà e riduca al minimo i costi per l’ottenimento del mcd essenziale all’esistenza del contratto
2.4.2 questo mcd sembra la libertà stessa, con le autolimitazioni che garantiscono che nessuno dei contraenti cercherà di imporre le proprie preferenze agli altri, se gli altri non vogliono
2.5 un simile contratto non esclude forme più organiche e complesse di accordo, ma garantisce il minimo necessario a una convivenza pacifica (se le situazioni lo permettono)
2.5.1 (vuol dire che se tutti sono d’accordo su una linea morale molto restrittiva o identitaria, il gruppo la adotta; ma se non tutti sono d’accordo, il gruppo dovrebbe rimanere con una morale minima che permette la convivenza non conflittuale e a ciascuno dei membri lo sviluppo della propria linea morale a patto che 2.4.2)
2.5.2 (vuol dire che dovrebbe funzionare anche nel peggiore dei casi possibili, ovvero quando si stabilisce un patto tra egoisti, ammesso che abbiano almeno un barlume di razionalità. Se funziona in questo caso peggiore, possiamo presumere che funzioni anche nei casi migliori, tra individui già disposti a cooperare, magari aggiungendo qualcosa ai requisiti minimi di loro spontanea volontà – ma quello che conta è che ci siano i requisiti minimi)